OUAGA SAGA (2004)

 Daný KUJATÈ ‐ BURKINA FASO 





















FORSE DOVREMO ABITUARCI A pensare che sta nascendo, dopo i grandi maestri (su tutti Idrissa Ouedraogo e Gaston Kaborè) un nuovo modo di raccontare al cinema il paese più povero al mondo, il Burkina Faso, senza abusare di quelli che rischiavano di trasformarsi in stereotipi, dopo tanto consenso (villaggi, matrimoni combinati, streghe).Un apripista in tal senso può essere considerato questo film, una commedia molto apprezzata e premiata in cui sorprendiamo nel loro quotidiano giovani non più abitanti nei villaggi ma pienamente inseriti nella confusa realtà della capitale. Che non parlano più uno delle centinaia di idiomi locali ma si esprimono in francese, seppure con cadenza locale.Che ballano per strada (sa un po' di stereotipo), non ascoltano solo i tamburi della tradizione ma anche funky, elettropop, rock, vanno al cinema a vedere un film del 1959 con John Wayne (un dollaro d'onore di Hawks) e commentano ogni gesto....insomma, non mi era mai capitato di vedere giovani simili nel cinema africano. In questo film, intendiamoci, non manca uno sguardo di denuncia sociale. Questi giovani, sicuramente più consapevoli e meglio attrezzati per affrontare il mondo moderno rispetto ai loro padri, vivono di espedienti, di piccoli furti di moto che truccano e rivendono, finanziando con il ricavato (che dividono tra loro) anche i propri sogni e aspirazioni, diverse per ognuno di loro (c'è il piccolo Pelè che ha comprato delle scarpe da pallone che, ai suoi occhi di aspirante calciatore, emanano la stessa polvere fatta di sogni di gloria che il piccolo Calvin del film americano Il sogno di Calvin (2002) vedev nelle scarpe del suo idolo Micheal Jordan prese fortunosamente. Oppure c'è chi vuole fare il musicista, chi occuparsi di motori..insoma, c'è l'imbarazzo della scelta. E c'è una cassa comune, che a ciò serviva. Kujatè sceglie, distinguendosi anche qui dalla tradizione della scuola burkinabè, modelli diversi. Più che il mondo neorealistico o francese,guarda a Capra e Hawks, dicendo chiaramente al pubblico (e agli occidentali) che, pur non dimenticando i problemi, di Africa si può parlare anche con un sorriso.

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